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05/08/09

Gioco di Ruolo al Collegio

Quanto state per leggere è un gioco di ruolo , nato all'interno di un forum italiano di spanking che frequento (Il Collegio).

L. mi ha detto che posso giocare, purchè pubblichi ogni volta l'eventuale provvedimento disciplinare che un insegnante del Collegio prevede per me.

Questo pomeriggio ho avuto l'onore di giocare con il professor Groznyj. Ha reso questa sessione un mix delicato e sobrio tra spanking e BDSM, a mio modo di vedere. A me è piaciuto, spero piaccia anche a voi!

Un piccolo antefatto: Prese dalla calura estiva, io e altre collegiali, abbiamo richiesto la possibilità di riaprire la piscina del collegio. Visto che il permesso ci sarebbe stato concesso solo se fossimo state noi stesse ad ripulire la piscina, abbiamo pensato di aggirare il problema, chiamando un'impresa delle pulizie. Il costo lo abbiamo addebitato sulla carte di credito sottratta ad un professore. E una volta che la pulizia è stata fatta, abbiamo dato un party alcolico mal tollerato dal corpo decenti. Ed ecco che ognuna di noi ha ricevuto la proprio punizione in separata sede.
La mia è questa.



-Oggi pomeriggio sul tardi-

Calcolando la distanza tra terra e luna, dividendola per la metà del raggio di una circonferenza X, aggiungendo cateti e ipotenusa, e moltiplicato il tutto per l’aria di questo collegio… ho ottime probabilità di incrociare il professor Groznyj nel 2024 lungo il corridoio della sala mensa. Per allora avrà forse 98-99 anni, e si sarà certamente dimenticato che avrebbe dovuto punirmi nel 2010!

Ma mentre sono in cortile a fare i miei precisissimi calcoli, una voce proveniente dalle mie spalle mi investe: ” Lei lo sa che è stata la mente di tutto quello che è accaduto la settimana scorsa?”.
Un brivido gelido mi percorre la schiena: conosco questa voce!

L’imprevedibile è accaduto.

Il professor Groznyj se ne sta con una mano sul fianco ad osservarmi senza espressione.

Balbetto una risposta qualsiasi: “Emmm... non immaginavo di essere una trascinatrice.. non avevo idea di combinare tutto quel caos”.
“Beh- mi risponde- prima di agire deve pensare sempre alle conseguenze, ma non sembra che lei applichi questa regola. Mi segua nel mio studio”.

Sono incredula. Mi sono sopravvalutava. Avevo immaginato di scamparla, invece le mie stesse gambe mi stanno portando proprio nella stanza del prof mentre mi blatera calmo all’orecchio che ha intenzione di applicare per il mio caso una punizione esemplare.

Lo studio del professore è meraviglioso. Foderato di libri di storia e letteratura. Un vero patrimonio.

Il prof ha smesso di parlare, e io ne approfitto per ricordargli che quella è la mia prima punizione, nella speranza di avere un po’ di clemenza, ma per tutta risposta mi dici di spogliarmi.
Questo è davvero troppo per me!

“No che non mi spoglio!- protesto vivacemente- è una pura ingiustizia, io ho buttato un'idea ,se gli altri l'hanno raccolta che colpa ne ho??”
“Signorina – mi risponde con tono paziente- non è un'ingiustizia. Lei pagherà per aver avuto l'idea e aver sobillato le altre allieve a trasgredire le regole del collegio”.
Sento montarmi un odio profondo verso la calma di quest’uomo!

D’accordo –penso tra me- se mi vuole punire, facciamoglielo fare alla svelta, e inizio a spogliarmi.

Via le scarpe e i calzini, via la cravattina, la camicetta, la gonna. Lo faccio lentamente. Piego tutto in modo pignolo. Preciso. Ma ciò non sembra dargli alcun fastidio. Lui aspetta senza dire nulla, come se avesse tutto il tempo del mondo.
Tolgo il reggiseno e poi, l’ultimo baluardo della mia pudicizia. Via le mie mutandine.
Mi sta togliendo tutto, ma non ho alcuna intenzione di dargli la soddisfazione di emettere un solo gemito durate tutta la punizione.

Mi viene indicato di dirigermi verso una gogna che è appoggiata in fondo alla parete.
Il cuore mi salta in gola, mentre mi aiuta ad infilare testa e polsi dentro, per poi essere immobilizzati da un lucchetto. Non sono mai stata legata così, appena realizzo che per nessun motivo mi posso difendere vengo investita dal panico.
Sudo freddo.
E lui, lui lo nota.

Si avvicina, e mi appoggia la sua mano calda sulla schiena : ”Non si preoccupi signorina...è in buone mani... stia calma, vedrà che durerà molto meno di quanto lei pensi".
La sua voce è come se mi strappasse ai miei brutti pensieri, mi riporta sulla terra , in quella stanza, e mi ritrovo a sperare che sia vero quel che dice.

Mi accarezza con dolcezza i capelli per farmi calmare ancora, e contemporaneamente mi conduce vicino alla scrivania e mi fa flettere in maniera tale da avere il sedere ben esposto e il seno che cade nel vuoto.
Mi sento di nuovo il cuore battere all’impazzata, ho detto, o forse, forse ho solo pensato “non mi sento pronta..”.
E in tutta risposta mi senso sussurrare all’orecchio: “Stai tranquilla e cerca di rilassarti..”.

La rabbia di prima si scioglie, mi sento ammansita dalla sua voce. Dai suoi comandi.
E nel momento in cui chiudo gli occhi per prendere un grande sospiro, e rimandare giù le lacrime che mi stanno salendo agli occhi, un dolore sordo arriva all’improvviso.

Il professore Groznyj applica due clamps con dei pesi ai miei capezzoli.
“Aaaaaah!!!” il proposito di non urlare è andato in fumo prima ancora di cominciare, colta di sorpresa come sono.
“Sai perchè ti ho messo i pesetti?” mi chiede.
E mentre il dolore non accenna a smorzarsi cerco di riprendere un po’ di baldanza e sfrontatezza: ”... umm... mi… mi sfugge in questo momento… signore...!”.

“’E’ il contrappasso per il peso delle tue parole...” sentenzia pacato, e sparisce dietro le mie spalle.
La lezione pseudo dantesca non mi diverta, e nel frattempo il professore torna vicino a me tenendo qualcosa dietro la schiena, ma non vedo cos’è.
Mi gira intorno. Una. Due. Tre volte.

Sento solo i suoi passi nella sua stanza e il battito del mio cuore nella mia testa.

Mi torna davanti, sfiora appena i pesi e questi cominciano a dondolare e a torturarmi di nuovo i seni.
Tutto intorno è silenzio pigro di pomeriggio d’agosto e io mi sorprendo a pensare: ti prego sbrigati, puniscimi, non ce la faccio già più! Ma il dolore aumenta.

“Noooo… bastaaaa!” dico non resistendo al forte indolenzimento mentre all’improvviso le mie natiche sono sferzate da qualcosa… un frustino!
"Non pensavo di fare casino, mi dispiiiiaceeeee" mi lamento dopo aver sentito il primo colpo.

“Signorina le ho detto di pensare prima di parlare" dice con voce atona.
“Questo le costerà 5 colpi...in più...”.
E il frustino si abbatte altre due volte su di me.

In che situazione mi sono cacciata? Immobilizzata, nuda, e dolorante.
Penso che non aprirò più bocca per il resto della giornata, e che non mi verrà mai più in mente di proporre stupide idee alle mie compagne, mentre sono piegata in avanti, attenta a non muovermi troppo.

Mi sento segnare da altri colpi in successione: natiche e cosce non sono risparmiate dal castigo.

Poi all’improvviso più nulla.


Solo il tempo che scorre lentamente, il bruciore che scompare lentamente, il professore che riprende a comminare dietro di me. Ho gli occhi gonfi di lacrime, sono in una situazione così complicata che mi verrebbe voglia di scoppiare a piangere.
“Come va?” mi chiede.

Ed io, sono frastornata da quella domanda, e mi scivola un “bene” in risposta, anche se non va bene nulla.
Mi passa due dita, che mi sembrano bagnate sulla pelle. Le passa dolcemente sui segni delle natiche e delle gambe.
Mi irrigidisco automaticamente e lo sento sussurrare: ” Stai tranquilla. E’ quasi finito...”.

E mentre mi parla, colpisce ancora le mie natiche esposte con la sua mano aperta, in modo forte, profondamente, con molta violenza.
Non capisco più se mi fa più male lo schiocco della sua mano o il contraccolpo che riceve il mio povero , piccolo seno, e mi ritrovo a piangere.

Forse forte, o forse senza emettere suono, non lo so.

Ma so che il professore si sposta vicino al mio viso, e raccoglie le mie lacrime con le dita per poi passarle sui segni che proprio lui ha lasciato su di me. Le mie lacrime bruciano.
Riprende a sculacciarmi ancora, e poi si ferma.

Si siede sulla poltrona e guardandomi negli occhi bagnati mi parla ancora: "Signorina...come sta?".

Ma questa volta, non posso dire niente, ho tutto un mondo di emozioni che mi raschia la gola, e di dolore che mi raggiunge il cervello, e il cervello, è vuoto… e lo guardo negli occhi , come a dire: ci vede una risposta dentro?
Trovi una risposta dentro ai miei occhi. E mentre sbatto le mie palpebre sottili, crollano a terra le mie lacrime, e vorrei chiedergli scusa, vorrei chiedergli se mi ha perdonata...

Lui mi guarda, mi guarda bene, e allunga le mani verso di me.

Mi slaccia le clamps. Un nuovo dolore mi invade, e so che è l’ultimo, so che non ce ne saranno altri.

Lui, torna a girarmi intorno, si ferma dietro di me un tempo incalcolabile, il mio cuore batte più lento ora, batte dove è stato fatto cadere il frustino, e torna di fronte a me, mi libera le mani e il collo dalla morsa della gogna, e non mi toglie solo un peso fisico. Mi sento bene, stanca, dolorante, ma bene.

“Stai ferma” mi ammonisce.
E non posso far altre che eseguire i suoi ordini, anche se non ho più nulla che mi lega. Io voglio stare ferma, ferma come una statua. Solo perché me lo sto chiedendo lui.

All’improvviso, è come se dentro di me, si fosse fatto largo un profondo senso di rispetto verso questa persona che mi ha guidato in momenti così duri e difficili in modo così comprensivo, e cogliendo sempre i miei stati d’animo più cupi. Mi sembra di vederlo con occhi nuovi adesso.
“Signorina, si rivesta e torni in camera sua. Spero abbia capito la lezione...”.

Vorrei dirgli che ho capito, vorrei buttargli le braccia al collo e dirgli che ho capito benissimo, invece non dico nulla e scuoto solo la testa in un milione di SISISISISI. Come un cavallo impazzito.


E poi, recupero i miei vestiti infilandolo alla svelta, poi prendo la strada per la porta il più velocemente possibile. Medito di ringraziarlo prima di uscire, dovrei farmela uscire una parolina semplice come quella, e intanto ho già la mano sulla maniglia della porta.

E invece, invece di aprire la porta mi sento tirare.

Il professore mi attira vicino a sé, e mi scompiglio i capelli. E all’improvviso mi sussurro all’orecchio:” Signorina... ha il permesso di dare refrigerio alle sue parti arrossate ".
Le mie guance diventano rosse per l’imbarazzo, ma mi scappa un sorriso. Per il suo gesto buono, per la sua frase che ha rotto il silenzio.
Lo guardo nei suoi occhi e gli dico: “Grazie ”. Un grazie carico di così tante cose che solo chi è stato in questa stanza può capirlo.

20/07/09

Parossismo



Cosa mai avranno potuto fare per essere convocate a mutandine abbassate di fronte a tutta la scuola?

Per quanto la mia visioni dello spanking sia molto intimistica, ci sono idee che mi stuzzicano in maniera violenta.

Ohhhh, credo che la situazione ritratta in questa pic sia una di quelle mie fantasie che da sole mi trascinano in un estasiatico parossismo!

09/07/09

Piccola torbide fantasie

Una delle magie di chi vive il tipo di spanking che vivo io, è la regressione che subisce, e che puo' andare dai tre anni (lavami, dammi da mangiare, vestimi, fammi giocare, mettimi a letto e curati di me in tutto e per tutto) ai 13-16 anni (sono un'adolescente con tutte le turbe adolescenziali, e devi rimettermi in riga con regola e guidami).

Negli ultimi 6 anni ho potuto provare un po' di tutto, e spesso non riesco a capire in quale età mi piace maggiormente calarmi.

Direi che la mia preferita- o la più frequente almeno- sia l'età intorno ai 16 anni. Studentessa svogliata, che si caccia nei guai, o ancora meglio, ragazza sfortunata che finisce nei guai senza volerlo con lo scontato epilogo d'essere punita ingiustamente.

La punizione ingiusta, credo rientri nel vero e proprio modo che ho di intendere la sottomissione. Senza un perchè, senza una colpa da espiare, è solo un evento ineluttabile a cui sottostare.
Questa idea mi piace.

Quelle delle punizioni ingiuste poi, è stato per anni un argomento che mi ha affascinato.
Forse nel raccontarmi delle storie, dovevo interpretare anche il ruolo del carnefice e ci prendevo la mano, o forse l'idea di subire un castigo che è totalmente indipendente dalla mia volontà mi attrae.
Le ragazzine punite nelle mie fantasie, erano orfane, fanciulle abbandonate in collegi severi, o a casa di zie altere e rigide e piene di nemici da cui guardarsi.
Ragazze ricattate, che non potevano urlare la loro innocenza.
Messe in scacco dal destino.

Spesso principessine imprigionate in alte torri, che aspettavano di essere liberate mentre il principe azzurro combatteva contro foreste incantate per raggiungerle, o nobili ragazze finite sguattere a soddisfare umilianti richieste di castellani sadici. Legate, imbavagliate, frustate, vendute e comprate al mercato, fatte dormire in scantinati fatiscenti o spoglie soffitte.

Le favole della buona notte che mi raccontavo prima di esser vinta dal sonno, erano crudeli e spietate.

Nella loro guerra personale per non soccombere, nella loro fatica per riuscire a sopravvivere, se pure in totale solitudine, c'era il loro riscatto.
Non importa quante angherie potessero patire, erano ragazze in gamba se riuscivano a sopportare tutto quel che le capitava! Quindi, tutto sarebbe andato per il meglio nel loro futuro!

Crescendo, le mie fantasie sono diventate più "buone".
Signorine da educare con rigore e amore, coccolate ma punite quando ce n'era bisogno da balie lungimiranti, che sapevano quanto bene avrebbe fatto alle loro protette una calda, tenera sculacciata. Anche in pubblico, se questo fosse servito come strumento didattico!

Poi ci fu l'arrivo del maestrino squattrinato di musica, o del pretendente che metteva subito in chiaro quale sarebbe stato l'ordine gerarchico familiare. Questi, spesso e volentieri però, avevano il vizietto di far scivolare sotto i vari strati di sottane, la loro mano insinuante e accondiscente nel distribuire carezzine maliziose tra le pieghe umide delle ragazze da marito... che di lì a poco avrebbero conquistato.

Piccoli mostro della mia fantasia, favole lette al contrario, forse orribili, ma in fondo, mi facevano battere il cuore in modo particolare.